Il problema della monetazione incusa della Magna Graecia non è stato mai affrontato in modo esauriente ed unitario. Pur non mancando, specie nel corso degli ultimi decenni, accenni alla sua esistenza e contributi specifici, tutti sembrano però viziati dalla volontà di spiegare solo il perché di questa monetazione così singolare e circoscritta nel tempo e nello spazio. Questa tendenza alla risoluzione del problema

ha isterilito per molto tempo la ricerca, portando i vari studiosi, soprattutto della vecchia scuola dell’inizio dello scorso secolo, ad enucleare il “perché” da ogni altra considerazione globale e complessiva che tenesse conto di tutti i dati in nostro possesso e ne ricercasse altri validi e possibilmente sicuri ed obiettivi attraverso l’esame delle monete stesse, dei loro pesi, dei loro tipi e delle eventuali relazioni tra loro intercorrenti.Il problema dovrebbe quindi spostarsi da un piano di carattere etiologico ad uno di carattere formativo e conoscitivo, con una visione più storicistica del divenire della moneta nella sua fase storica. In questa sede non si può certamente avere la pretesa di arrivare alla soluzione di un problema così incerto e di ardua soluzione. Pertanto ci limiteremo ad un esame tipologico di tutte le Poleis della Megàle Hellàs (con la sola eccezione di Zankles, in Sicilia) che hanno coniato monete cosiddette “incuse”. Una prima e fondamentale certezza è che il fenomeno della monetazione incusa sia stato limitato esclusivamente alla Magna Grecia ed anche che nessun’altra polis dell’Italia, Sicilia (tranne Zankles, come detto prima) e della madre patria abbia voluto imitare un tale singolare procedimento. T. Mommsen, uno dei più noti studiosi del fenomeno, afferma che ci sfugge il motivo dell’adozione di tale tecnica, che pure doveva rispondere ad un’esigenza particolare, probabilmente quella di rendere la contraffazione più difficile. CorintoRiconosce, perciò, che l’aspetto tecnico fu determinato da qualche ragione a noi ignota.Una spiegazione si potrebbe rinvenire nel fatto che le colonie della Magna Graecia, a corto di metallo prezioso o eccessivamente caro per l’importazione, abbiano riconiato gli stateri corinzi arcaici (caratterizzati dalla presenza del Pegaso alato come tipo primario), che liberamente circolavano in Italia Meridionale e Sicilia e perciò si adattarono a riconiarli. Quindi le più antiche monete corinzie, battute da un solo lato, difficilmente potevano venire ribattute senza il rischio di rotture. Perciò, i Greci dell’Italia meridionale escogitarono un nuovo sistema per dare a queste riconi azione una forza maggiore. Essi incisero il punzone del rovescio (o conio maschio, mobile), in modo che sulla moneta venisse riprodotta un’impronta in incavo. Mentre il punzone del diritto (o conio d’incudine, fisso) era inciso in incavo; i disegni da entrambi i lati erano più o meno uguali, ma invertiti ed i due punzoni per il conio, almeno nei primi tempi, erano allineati sullo stesso asse. Il prodotto era una moneta di flan molto largo (circa 25-26 mm di diametro), ma di spessore assai sottile. Le raffigurazioni erano molto eleganti, tipici del tempo nella loro vigorosa semplicità. La datazione di queste emissioni non va oltre il 530 a.C. Metaponto, Crotone e Caulonia furono le tre Poleis che continuarono a coniare in incuso fino al 480-470 circa a.C. Dopo tale data prevalse la coniazione delle monete a doppia faccia in rilievo, più pratica e stilisticamente più pregevole. Dunque, la monetazione incusa, della quale è stata ribadita la priorità in Magna Grecia rispetto ad ogni altra serie a doppio rilievo, segna una capitolo tutto particolare nella numismatica greca, perciò si potrebbe formulare sul significato e sull’uso della tecnica incusa l’ipotesi che queste monete servissero come sigilli civici, recando sul diritto l’immagine elaborata del tipo monetale della città emittente ed al rovescio la matrice del sigillo. La matrice artistica di queste serie monetali è chiaramente da ricollegare alla fascia jonica dell’Asia Minore. Pertanto, considerando nel loro insieme le più arcaiche serie di monete incuse, risulta subito evidente un’omogeneità stilistica (strettamente connessa con l’identità di esecuzione tecnica) che rende tali serie estremamente affini tra loro nonostante le profonde differenze tipologiche e metrologiche. Le raffigurazioni appaiono sempre sapientemente inserite nello spazio circolare del tondello. Naturalismo ed organicità contribuiscono a creare opere d’arte di rara suggestione, certamente tra le più valide della monetazione greca del periodo arcaico. 

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